Notizie

La competitività manifatturiera al bivio: l’analisi di Wdk sul futuro della gomma in Germania

Il futuro dell’industria della gomma in Germania appare quanto mai incerto, al punto che la maggioranza degli specialisti del settore prevede una totale scomparsa della produzione nel Paese entro il 2035. Questo allarmante scenario è emerso con forza durante l’ultimo congresso annuale della Wdk (Wirtschaftsverband der deutschen Kautschukindustrie), l’associazione che rappresenta i produttori tedeschi di pneumatici e articoli tecnici in gomma. A farsi portavoce di questa profonda preoccupazione è stato il direttore generale dell’associazione, Boris Engelhardt, che in occasione delle discussioni sulla cosiddetta “estate delle riforme 2026” ha espresso un duro atto d’accusa contro l’operato del governo di Berlino. Secondo il leader della Wdk, le attuali discussioni sulle riforme delle pensioni, della sanità e del sistema fiscale non sono altro che un continuo ed effimero armeggiare con i sintomi di una crisi ben più profonda. Il vero problema non risiede nella semplice ripartizione delle risorse all’interno dei sistemi sociali, ma nel fatto che l’economia tedesca sta perdendo posti di lavoro industriali e, di conseguenza, le entrate fiscali necessarie a sostenere lo Stato sociale.

Engelhardt ha evidenziato come le cause di questo declino non siano legate a fattori inevitabili o indipendenti dalla volontà politica, bensì a precise e deleterie scelte umane. I costi energetici insostenibili e il peso opprimente della burocrazia stanno letteralmente soffocando le imprese, spingendole verso la delocalizzazione. I recenti e accorati appelli lanciati dai comparti chimico e metallurgico non devono essere interpretati come semplici avvertimenti, ma come vere e proprie lettere d’addio da parte di un tessuto industriale che non vede alcun miglioramento nelle condizioni quadro del Paese. Di fronte a questa emorragia, la politica tedesca ha risposto finora solo con slogan e annunci altisonanti, passando dalle storiche promesse di forti impulsi economici a una sequenza infinita di programmi di riforma stagionali che si rincorrono di anno in anno, senza che alle parole seguano mai azioni concrete ed efficaci per salvaguardare la quota industriale della Germania e per evitare di dover ricorrere a controverse misure di protezione del mercato interno contro la concorrenza a basso costo.

Un esempio emblematico di questo scollamento dalla realtà è rappresentato dai presunti pacchetti di sgravio pensati per l’industria. Nella pratica, queste misure si traducono in un alleggerimento dei costi energetici inferiore a un centesimo per chilovattora, risultando del tutto irrilevanti per la competitività delle aziende, ma in compenso generano un carico burocratico sproporzionato. Secondo l’analisi della Wdk, per toccare con mano la perdita di contatto con il mondo reale da parte dei burocrati europei basta osservare l’introduzione del PPWR, il nuovo regolamento sugli imballaggi. Questa misura viene definita da Engelhardt come un autentico mostro burocratico appena nato, che ricalca lo stesso modello fallimentare della direttiva europea sulla due diligence nelle catene di fornitura, un provvedimento che ha già causato enormi danni collaterali all’economia comunitaria e globale.

L’associazione lancia quindi un forte appello al governo federale affinché si faccia promotore di una netta inversione di rotta a livello europeo. Attualmente sembra prevalere un clima di totale indifferenza a Bruxelles: alla Commissione Europea non sembra importare se l’industria tedesca si sposta verso l’Europa orientale, poiché all’interno dei confini dell’Unione tutto rimane apparentemente invariato. Allo stesso modo, l’istituzione europea non pare preoccuparsi se la produzione viene delocalizzata completamente al di fuori del continente, dal momento che questo contribuisce formalmente a ridurre le emissioni in Europa, lasciando che a gestire i flussi commerciali esterni provveda un altro complesso meccanismo doganale come il CBAM. Questo atteggiamento ignora tuttavia l’impatto devastante che la fuga delle fabbriche ha sui sistemi previdenziali e sociali nazionali, ed è proprio per questo che Engelhardt insiste sulla necessità impellente di combattere le cause profonde del malessere economico anziché limitarsi a tamponarne gli effetti. La Wdk, che rappresenta circa 200 aziende con 70.000 dipendenti e un fatturato annuo di dieci miliardi di euro, chiede che la politica torni a tutelare il valore del lavoro e della manifattura prima che sia troppo tardi.

© riproduzione riservata
made by nodopiano