Dogana, da ieri a oggi: come cambia il rapporto tra imprese e commercio internazionale
Per anni molte aziende hanno considerato la dogana come una fase puramente operativa da affidare a professionisti esterni e da gestire esclusivamente nel momento del passaggio della merce al confine. Oggi, però, l’evoluzione del commercio internazionale, la digitalizzazione dei controlli doganali e l’aumento della complessità normativa stanno cambiando radicalmente questo approccio: la gestione doganale richiede una partecipazione sempre più attiva anche da parte delle imprese.
Di questo tema, oltre agli argomenti legati alla classificazione doganale delle merci, allo status di AEO, al Luogo Approvato e alla digitalizzazione dei processi doganali, si è discusso al workshop “Dogana Strategica – Semplificare, Accelerare, Digitalizzare”. Un momento di formazione organizzato da Customs Support Group – principale operatore indipendente europeo nei servizi di sdoganamento e soluzioni di trade compliance – durante la tredicesima edizione di Transpotec Logitec 2026, fiera dedicata al trasporto merci e alla logistica integrata.
Diego Tocchella, Managing Director, Customs Support Italia, introduce il tema principale del workshop dichiarando: “La funzione doganale tende ad assumere un ruolo sempre più integrato nei processi aziendali e nelle decisioni strategiche legate alla supply chain. Per le aziende che sviluppano una maggiore consapevolezza normativa e operativa, la dogana non rappresenta più soltanto un vincolo amministrativo da gestire, ma può trasformarsi in uno strumento capace di incidere concretamente sulla competitività.”
Dalla delega alla consapevolezza doganale

Per anni, molte imprese hanno considerato la gestione doganale come un’attività da esternalizzare integralmente. L’approccio più diffuso nelle aziende, infatti, era quello di mantenere una distanza netta dalla materia doganale. Questo era possibile grazie al contesto normativo in cui operavano e nel quale la fase doganale della supply chain era focalizzata sulla merce invece che sugli operatori ed era circoscritta al momento del suo passaggio fisico al confine tra due Paesi, senza controlli dopo lo scambio commerciale: per questo nella maggior parte dei casi, una volta conclusa l’operazione doganale la pratica era considerata chiusa.
Insieme a questo approccio, si è diffusa nel tempo l’applicazione di una clausola degli Incoterms – International Commercial Terms -, ovvero la resa EX-Works. La clausola prevede che la responsabilità della merce passi dall’esportatore all’importatore nei primissimi passaggi di uno scambio commerciale, ovvero nel momento in cui il venditore – che esporta – mette la merce a disposizione presso la propria sede o il luogo pattuito tra le parti. Da lì, la responsabilità della merce e la gestione delle formalità doganali previste dallo scambio passano in capo al compratore che importa, fino alla destinazione finale presso la sede dell’importatore stesso.
Per questo motivo, la resa EX-Works ha rappresentato fino a oggi un modello operativo di riferimento per le aziende esportatrici: coinvolgimento negli aspetti doganali estremamente limitato ma a fronte di responsabilità solo apparentemente ridotte.
Attualmente, l’attenzione dei controlli doganali si concentra invece sugli operatori coinvolti nella transazione commerciale: chi vende, chi acquista, come viene classificato il prodotto, quale origine possiede, se esistono restrizioni applicabili, se la documentazione è coerente e se l’azienda viene considerata affidabile dal punto di vista doganale.
Questo significa che l’azienda esportatrice continua a mantenere un ruolo centrale, dato che rimane la fonte primaria dei dati utilizzati nelle dichiarazioni doganali.
L’evoluzione normativa degli ultimi anni ha inoltre ampliato il perimetro della compliance doganale. Regolamenti come il CBAM e l’EUDR richiedono oggi la gestione di informazioni complesse legate alle emissioni di carbonio, alla provenienza delle materie prime e alla tracciabilità delle filiere produttive, fino alla geolocalizzazione delle aree di produzione. Si tratta di dati che, nella maggior parte dei casi, possono essere raccolti e verificati solo dalle aziende esportatrici.
Mancanza di formazione e conoscenza come ostacolo alla competitività
Secondo Customs Support Group, dato lo scenario internazionale presente, le aziende attive nell’import-export possono continuare ad affidare l’operatività doganale a professionisti esterni, ma necessitano oggi di competenze interne di base per comprendere classificazione doganale, origine preferenziale e obblighi documentali richiesti dal commercio internazionale.
Una necessità non ancora percepita, come emerge anche dalla “Strategic Radar Customer Survey 2026”, realizzata da Customs Support Group su quasi 200 aziende manifatturiere e retail europee: in Italia, l’85,2% non dispone di un team doganale interno e l’83,3% non ha in programma di provvedere a questa lacuna (non percepita nemmeno come tale).
Infatti, senza un livello base di competenze doganali aumenta la possibilità di incorrere in sanzioni, sia pecuniarie sia penali, oltre che eventuali danni alla reputazione dell’azienda e, di conseguenza, anche ai rapporti con i partner commerciali.
Luca Mele, Customs Director, Customs Support Italia: “Il commercio internazionale e la funzione doganale sono profondamente cambiati rispetto al passato. L’aumento dei volumi di traffico, la globalizzazione delle supply chain e la crescita dell’e-commerce hanno progressivamente modificato il modello tradizionale di gestione doganale, rendendo necessario un approccio più strutturato da parte delle aziende.”
La conoscenza di regimi preferenziali, accordi commerciali e procedure doganali consente infatti alle aziende di valutare in modo più strategico la selezione dei fornitori, la localizzazione produttiva e l’organizzazione dei flussi logistici, trasformando la gestione doganale da elemento subito passivamente a leva utile per ottimizzare costi, rischi e opportunità di mercato.


