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Economia circolare e PFU: il “caso Acquedolci” traccia una nuova rotta per le bonifiche territoriali

Nel settore dei pneumatici si discute spesso di economia circolare come visione teorica. Tuttavia, risulta più raro osservare come questo paradigma si traduca in operazioni concrete, specialmente in contesti territoriali complessi dove le risorse scarseggiano e le criticità ambientali sono stratificate da decenni. Un esempio virtuoso di innovazione procedurale è quello avvenuto ad Acquedolci, comune costiero del messinese, dove nell’estate del 2025 la sinergia tra amministrazione locale, Guardia Costiera e Pneulife, consorzio aderente SAFE-Hub delle Economie Circolari, ha generato benefici tangibili per l’ecosistema e la comunità.

Il contesto: una criticità ambientale storica

La vicenda trae origine dal rinvenimento di una discarica abusiva di pneumatici fuori uso (PFU) in un’area demaniale, parzialmente occultata dalla vegetazione. Si trattava di rifiuti accumulati in un arco temporale di circa quarant’anni, rimasti invisibili sotto la superficie.

A seguito del sequestro operato dalla Guardia Costiera, il Comune di Acquedolci, nominato custode giudiziario, si è trovato a dover gestire una bonifica stimata in circa 30.000 euro. Dopo una prima spesa di 5.000 euro con operatori privati per la rimozione dei pneumatici superficiali, l’ente avrebbe dovuto stanziare ulteriori 25.000 euro per il recupero del materiale interrato: una cifra proibitiva per le casse di un piccolo comune.

Il cambio di paradigma: la normativa al servizio del territorio

La svolta è arrivata attraverso l’applicazione sistematica degli strumenti normativi vigenti. L’articolo 228 del Testo Unico Ambientale e il DM 182/2019 disciplinano la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) nel settore dei PFU, affidando ai consorzi il compito di raccogliere e avviare a recupero tali rifiuti.

Sebbene la prassi consolidata veda i consorzi operare prevalentemente presso i punti di generazione (i gommisti), il caso di Acquedolci ha dimostrato che è possibile estendere tale raggio d’azione. L’iniziativa è partita da un’intuizione di Antonino Sapienza, ufficiale della Guardia Costiera, che in collaborazione con l’architetto Claudia Cantarella dell’ufficio ambientale del Comune, ha identificato in Pneulife l’interlocutore idoneo.

Risultati e prospettive

Anziché applicare una lettura restrittiva della norma, la direzione di Pneulife e il responsabile logistico Andrea Minuti hanno accolto la sfida, interpretando il mandato consortile nella sua accezione più ampia ed eticamente corretta. L’operazione ha portato a risultati immediati: 45 tonnellate di PFU rimosse in poche settimane dopo quarant’anni di abbandono, con il materiale che è stato avviato a filiere di recupero certificate e tracciate. Il tutto a costo zero per il Comune: l’intervento è stato assorbito dal sistema della responsabilità estesa.

Il “modello Acquedolci” dimostra che il quadro normativo per una gestione efficiente dei PFU abbandonati è già esistente. Ciò che spesso manca è la connessione tra gli attori della filiera e la volontà di applicare le regole in modo innovativo. Quello che è nato come un intervento su piccola scala rappresenta oggi uno schema d’azione pionieristico, capace di trasformare un problema ambientale cronico in un esempio di efficienza operativa.

“La collaborazione non è nata da un protocollo. È nata da una telefonata, da una ricerca su internet e da due “perché no?” pronunciati da persone che hanno scelto di interpretare il loro mandato nella sua accezione più larga (ed eticamente più giusta). Il quadro normativo era già lì. Mancava la connessione” ha commentato Giuliano Maddalena, direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari.

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