Pirelli: presentato a Londra il calendario 2016 di Annie Leibovitz

1 dicembre 2015 | 0 Commenti
 
Serena Williams
Serena Williams

Il Calendario Pirelli 2016 è stato presentato alla stampa, agli ospiti e ai collezionisti di tutto il mondo a Londra, presso la Roundhouse, ex edificio industriale divenuto negli anni Sessanta uno dei templi del rock della capitale britannica.
L’edizione 2016 del Calendario Pirelli, la quarantreesima dalla sua nascita, è opera di una delle più celebri fotografe e ritrattiste americane, Annie Leibovitz, che ha realizzato gli scatti lo scorso luglio in uno studio di New York. Annie Leibovitz aveva già scattato il Calendario Pirelli nel 2000, immortalando le danzatrici del corpo di ballo del coreografo Mark Morris. Le foto del 2000 sono state la prima serie di nudi della sua carriera.

Yao Chen

Yao Chen

L’edizione 2016 del Calendario Pirelli ha come protagoniste tredici donne che hanno raggiunto traguardi importanti nella vita professionale, sociale, culturale, sportiva e artistica: l’attrice Yao Chen, prima ambasciatrice cinese dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR); la top model russa Natalia Vodianova, fondatrice dell’organizzazione filantropica Naked Heart Russia; la produttrice Kathleen Kennedy, presidente di Lucasfilm e tra le figure più rilevanti di Hollywood; la collezionista d’arte e mecenate Agnes Gund (ritratta con la nipote Sadie Rain Hope-Gund), presidente emerita del MoMA; la tennista Serena Williams, numero uno del mondo; l’opinionista, critica e scrittrice Fran Lebowitz; la presidente di Ariel Investments Mellody Hobson, impegnata in progetti filantropici a Chicago; la regista Ava DuVernay, nota per aver diretto, tra gli altri, il film candidato all’Oscar 2015 Selma – La Strada per la Libertà; la blogger Tavi Gevinson, fondatrice del blog Style Rookie e del magazine online Rookie; l’artista iraniana di arte visiva Shirin Neshat; l’artista, musicista e performer Yoko Ono; la cantante Patti Smith, tra le più grandi protagoniste della musica rock; l’attrice e comica Amy Schumer.
Donne di età, provenienze e percorsi professionali diversi. Gli scatti sono privi di nudo, così come già avvenuto nei primi Calendari degli anni ’60 o, più recentemente, con il Calendario di Peter Lindbergh del 2002, di Patrick Demarchelier del 2008 e di Steve McCurry del 2013.

Amy Schumer

Amy Schumer

“Il Calendario del 2000 è stato un esercizio nella fotografia del nudo. Si trattava di un concetto semplice”, spiega Annie Leibovitz. “Nel 2016 abbiamo fatto qualcosa di completamente diverso, ma allo stesso tempo semplice. E’ il classico set di ritratti in bianco e nero scattati in studio”.
“Quando Pirelli mi ha contattato, mi hanno detto che desideravano intraprendere un percorso diverso rispetto al passato. Hanno suggerito l’idea di fotografare donne che in qualche modo si sono distinte. Ci siamo trovati d’accordo e l’obiettivo successivo è stato quello di essere molto diretta. Volevo che le fotografie mostrassero le donne esattamente come sono, senza artifici”.
“Sono una grande ammiratrice delle attrici comiche. Il ritratto di Amy Schumer ha aggiunto un po’ di umorismo. E’ come se non avesse ricevuto la nota in cui le si diceva che poteva non spogliarsi”.

Il nuovo sito www.pirellicalendar.com si arricchisce di nuovi contenuti
Con il lancio dell’edizione 2016 si arricchisce di nuovi contenuti anche il nuovo sito dedicato (www.pirellicalendar.com) al Calendario Pirelli, che riunisce filmati, fotografie e interviste che raccontano la sua storia. In occasione del lancio, il Calendario Pirelli 2016 viene presentato attraverso un video e alcuni degli scatti di Annie Leibovitz, che vanno quindi ad aggiungersi ai numerosi materiali di archivio, alcuni inediti, che – raggruppati per decadi – offrono uno spaccato dell’evoluzione del costume di oltre mezzo secolo di storia, dal 1963 fino ai nostri giorni.

Patti Smith

Patti Smith

Il sito è composto da 3 sezioni: The Cal 2016, Icons e Time Machine. Oltre all’area “The Cal 2016” dedicata all’ultima edizione, la sezione “Time Machine” raccoglie alcune delle immagini delle edizioni del passato e le sintesi dei video di “backstage” raggruppati per decadi: un vero e proprio viaggio virtuale nell’evoluzione dell’estetica e del costume non solo attraverso lo sguardo dei fotografi più affermati del mondo, ma anche attraverso commenti che aiutano a inquadrare i vari periodi dal punto di vista storico-politico. Si può già navigare online gli anni ’60, ’70, ’80 e ripercorrere anche quelli più recenti, mentre gli anni ’90 e 2000 saranno pubblicati a breve. Il lavoro di digitalizzazione di alcuni materiali e di ricostruzione storica sarà progressivamente completato con la consulenza artistica di Amedeo M. Turello, fotografo e collezionista che già in passato, insieme a Walter Guadagnini, aveva curato la mostra “Forma e Desiderio – The Cal, Collezione Pirelli”, promossa dal Comune di Milano e organizzata da GAmm Giunti e Palazzo Reale, la sede che ha ospitato l’esposizione. Nell’area Icons, infine, si possono incontrare i protagonisti dell’arte, della cultura, dello spettacolo, della moda, dello sport e della musica. Tra questi Roberto Bolle, Candice Huffine, Tommy Hilfiger, Marc Newson, mentre altri ne seguiranno a breve.

 

LE PROTAGONISTE DEL CALENDARIO PIRELLI 2016

INTRODUZIONE – YAO CHEN
I suoi oltre settanta milioni di follower sui social-media in Cina pongono Yao Chen ai vertici tra le star della cultura pop a livello internazionale. Potrebbe essere la persona più famosa al mondo. Yao è un’attrice di cinema e televisione i cui primi post sono apparsi nel 2009, all’epoca del lancio di Weibo, il sito web cinese di microblogging. Si è poi scoperto, come la stessa Yao ha spiegato al pubblico del World Economic Forum, che aveva un dono particolare per questo tipo di scrittura. Era già nota per le sue apparizioni in commedie romantiche, ma da lì al 2013 è diventata così influente da essere nominata Goodwill Ambassador, la prima in Cina, dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. I suoi fan la ammirano per la sua umiltà e la sua sincerità. Nei suoi interventi ha parlato della “responsabilità sociale di essere una celebrità”. Il che significa incontrare i profughi di Myanmar, Somalia e Siria documentandone i drammi, portando l’attenzione verso coloro che in quei luoghi sono stati vittime di ingiustizie.

GENNAIO – NATALIA VODIANOVA
Natalia Vodianova ha fondato un’organizzazione filantropica dai grandi obiettivi alla giovane età di ventidue anni. Aveva iniziato a lavorare come modella a diciotto anni e presto è apparsa su un’infinità di passerelle, copertine, cartelloni e riviste. Prima dei vent’anni ha firmato un contratto pluriennale da diversi milioni di dollari con Calvin Klein, si è sposata e ha avuto il suo primo figlio. Oggi ne ha quattro, ha contratti come testimonial, posa per numerose copertine di riviste e vince numerosi riconoscimenti. Il suo successo ha però un triste retroscena. Natalia è nata povera in una città industriale dell’Unione Sovietica. Il suo padre naturale prima e il suo patrigno poi abbandonarono la famiglia. Sua madre rimase sola ad allevare Natalia e la sorellastra minore affetta da paralisi cerebrale. Dall’età di sette anni, Natalia si è presa cura della sorella e ha aiutato la madre a vendere frutta al mercato nero. Un talent scout in visita in Russia per un’agenzia francese di modelle cambiò il corso della sua vita. La Naked Heart Foundation, che Natalia ha istituito nel 2004, è il prodotto delle sue prime esperienze. La fondazione costruisce parchi giochi nei quartieri poveri della Russia, rendendoli accessibili ai bambini disabili. Aiuta anche i bambini con particolari bisogni a stare con le proprie famiglie, sensibilizza il governo russo sul tema delle leggi a tutela dei bambini disabili. Natalia è impegnata in prima persona nella fondazione: prende le decisioni, partecipa all’inaugurazione dei parchi giochi, parla in forum sponsorizzati dalla fondazione e fa da madrina agli eventi di raccolta fondi. Tutte attività che testimoniano i suoi formidabili talenti e la grande rete di contatti che ha creato in questi anni.

FEBBRAIO – KATHLEEN KENNEDY
Kathleen Kennedy è presidente di Lucasfilm, fondata da George Lucas nel 1971, la casa di produzione delle serie Star Wars e Indiana Jones. Kennedy è stata scelta da Lucas per sostituirlo alla guida dell’azienda nella primavera del 2012. Tra i produttori di maggiore successo di Hollywood, è stata per la maggior parte della sua carriera strettamente legata a Steven Spielberg. La sua prima produzione è stata, nel 1982, E.T. l’extraterrestre, diretto proprio da Spielberg. Lei e il suo futuro marito, Frank Marshall, avevano costituito l’anno prima insieme a Spielberg una casa di produzione. Nel 1992 ha fondato con Marshall la Kennedy/Marshall Company. È stata produttrice o produttrice esecutiva di oltre sessanta film, tra cui Il colore viola, la serie di Jurassic Park, la trilogia di Ritorno al futuro, Schindler’s List e Lincoln. Lucasfilm è stata venduta alla Walt Disney Company poco dopo l’arrivo della Kennedy. Il suo primo progetto come presidente è il settimo film di Star Wars, Il risveglio della forza. È membro del Board of Governors e del Board of trustees dell’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences.

MARZO – AGNES GUND e SADIE RAIN HOPE-GUND
Agnes Gund e Sadie Rain Hope-Gund hanno in comune l’interesse per l’arte. Agnes Gund, grande collezionista e mecenate, è la nonna di Sadie. Sadie è una studentessa della Brown University di Providence, Rhode Island, dove studia fotografia e Media. La famiglia Gund sostiene l’arte da quattro generazioni. Il padre di Agnes, George Gund II, era un banchiere e uomo d’affari che ampliò il patrimonio di famiglia a Cleveland, Ohio, e creò la George Gund Foundation per realizzare progetti filantropici. Agnes è stata presidente del consiglio del Museum of Modern Art di New York dal 1991 al 2002 ed è ora presidente emerita e presidente del consiglio internazionale del MoMA. È anche presidente di MoMA PS1. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione di molte altre organizzazioni dedicate all’arte, tra cui il J. Paul Getty Trust, la Frick Collection e la Robert Rauschenberg Foundation. La sua AG Foundation dona vari milioni di dollari all’anno a istituzioni culturali e organizzazioni per i diritti delle donne. Nel 1977 ha fondato “Studio in a School”, iniziativa che porta artisti professionisti nelle scuole pubbliche di New York per insegnare le arti visive. Gund è tra i più importanti collezionisti di arte moderna e contemporanea. Ha donato e promesso gran parte della sua collezione a musei. Nel 1997 ha ricevuto la National Medal of Arts.

APRILE – SERENA WILLIAMS
Serena Williams incarna stile, potenza, bellezza e coraggio. Al momento è la numero uno al mondo del tennis e per vincere 21 tornei del Grande Slam ha dovuto superare incredibili ostacoli. Lei e la sorella, Venus, hanno cambiato il modo in cui è giocato il tennis femminile. Prima che le due sorelle facessero il loro ingresso nello sport, il servizio nel tennis femminile faceva solo iniziare il gioco. Ora è una prova di potenza aggressiva. Serena è una giocatrice veloce, atletica e mentalmente determinata. Proviene da un background quantomeno non convenzionale per il tennis.
Le Williams sono cresciute a Compton, una comunità a sud di Los Angeles, nota come patria del gangsta rap. Hanno imparato a giocare a tennis sui campi pubblici di Compton, allenate dai loro genitori che non avevano precedente esperienza in questo sport. Nel febbraio 2002, Venus Williams è diventata la prima donna afro-americana a essere la numero uno del tennis. Lo stesso anno Serena la sconfisse a Wimbledon e le subentrò al primo posto a soli 20 anni. Ha vinto tutti e 4 i tornei del Grande Slam, nell’ambito delle sue vittorie di 66 tornei in singolo e 22 in doppio, oltre ad essersi aggiudicata la medaglia d’oro Olimpica nel 2000 (in doppio), nel 2008 (in doppio) e nel 2012 (singolo e doppio). E’ certo che Serena Williams è una forza nel tennis da quasi due decenni. Fuori dal tennis, la moda è una delle sue passioni. Si può trovare Serena su HSN, dove è presentata la sua collezione Serema Williams Signature Statement. Serena è anche Goodwill Ambassador internazionale per l’UNICEF, con un particolare interesse per l’educazione e la prevenzione della violenza. Serena ha inoltre istituito Serena Williams Fund che contribuisce al suo impegno filantropico negli Stati Uniti.

MAGGIO – FRAN LEBOWITZ
Fran Lebowitz è una grande commentatrice sociale, attività che pratica in modo inconsueto. Non ha un programma televisivo, una rubrica su un giornale o un forum di qualsiasi genere. I suoi saggi sono stati pubblicati in tre libri: Metropolitan Life (1978), Social Studies (1981) e The Fran Lebowitz Reader (1994). Negli ultimi trent’anni i suoi interventi sono stati divulgati attraverso le interviste che le sono state fatte, conferenze e interventi nelle università. I suoi commenti assumono la forma di osservazioni spiritose —spesso micidiali battute di una frase, ma non ha problemi neppure a parlare più a lungo. Nel 2010, Martin Scorsese ha realizzato un documentario su di lei, Public Speaking, nel quale tiene lunghi discorsi. Il suo punto di vista è quello di una newyorchese volutamente campanilistica, controcorrente, riflessiva, con un disprezzo contro i divieti sul fumo e gran parte della tecnologia contemporanea. In realtà è originaria del New Jersey, ma vive a Manhattan da quando aveva diciassette anni. Ha saltato l’università, ha guidato un taxi e lavorato come autista per i musicisti rock. Poi ha iniziato a scrivere una rubrica sua, “I Cover the Waterfront”, per la rivista Interview di Andy Warhol e saggi per Mademoiselle, che sono riuniti nelle sue raccolte. Lebowitz è una figura molto nota a Manhattan.

È quasi sempre vestita con giacca maschile nera su misura, camicia bianca con gemelli ai polsi e jeans. Potrebbe essere considerata una figura “cult”, se non fosse che i suoi libri sono bestseller e che è nota a un vasto pubblico, in parte grazie alle apparizioni come ospite nei programmi televisivi in tarda serata. Da molti anni si dice stia scrivendo un romanzo anche se, per sua stessa ammissione, soffre di un monumentale blocco dello scrittore. In ogni caso, è probabile che sia proprio lei stessa la sua creazione più interessante.

GIUGNO – MELLODY HOBSON
Mellody Hobson è la presidente di Ariel Investments, società di gestione di fondi di Chicago in cui lavora dal 1991, anno in cui si è laureata presso la Woodrow Wilson School of International Relations and Public Policy di Princeton. Cresciuta a Chicago, la Hobson è l’ultima di sei fratelli allevati in ristrettezze finanziarie da una madre single. Uno dei suoi molti interessi filantropici è la preparazione finanziaria e l’educazione degli investitori. Nel 1996, Ariel Investments è diventata corporate sponsor dell’Ariel Community Academy, una scuola pubblica a sud di Chicago che propone corsi di finanza a fianco delle normali materie accademiche. Hobson e il marito, il regista George Lucas, hanno offerto notevoli contributi alle University of Chicago Laboratory Schools e ad After School Matters, organizzazione che offre agli studenti delle superiori di Chicago programmi extracurricolari nel campo dell’arte, delle scienze, dello sport, della tecnologia e della comunicazione. Hobson è presidente del consiglio di amministrazione di DreamWorks Animation e membro del consiglio di amministrazione di Estée Lauder e Starbucks. Realizza regolarmente servizi per CBS News sui temi della finanza e delle tendenze economiche. È stata tra i primi sostenitori di Barack Obama e ha dato un importante contributo alla raccolta di fondi durante le campagne per le elezioni.

LUGLIO – AVA DUVERNAY
Ava DuVernay è una donna afro-americana che dirige film “made in Hollywood”. Tra i registi di Hollywood ci sono pochissimi afroamericani e pochissime donne e DuVernay ha iniziato la sua carriera in un altro campo. Cresciuta a Los Angeles, ha frequentato la UCLA, ha lavorato come PR per il cinema e ha costituito la sua agenzia di marketing e distribuzione. Ai tempi dell’università si era esibita brevemente in un duo rap e il suo primo film è stato un documentario sulla cultura hip-hop – di cui faceva parte – realizzato con 10.000 dollari. Ha scritto e diretto il suo primo lungometraggio narrativo, I Will Follow, basandosi sulla propria esperienza di accudimento della zia morente. Nel 2012 con il suo secondo film, Middle of Nowhere, che parla di una donna il cui marito è in prigione, ha ottenuto il premio come Miglior Regista per un film drammatico realizzato negli Stati Uniti Selma, di cui è regista e co-sceneggiatrice, è stato distribuito nel 2014 da una delle major, la Paramount. Selma racconta la campagna di Martin Luther King per i diritti di voto per i neri americani, la cui svolta avvenne nella Bloody Sunday, il 7 marzo 1965, quando poliziotti bianchi e agenti statali attaccarono un gruppo di manifestanti che tentavano di marciare da Selma, in Alabama, a Montgomery, la capitale dello stato. Due settimane dopo, protetto dalle truppe federali e dalla Guardia Nazionale, King guidò una marcia da Selma a Montgomery a cui parteciparono 25.000 persone. Nello stesso anno, il Congresso USA approvò una legge sui diritti di voto per gli afroamericani. Il padre della DuVernay era cresciuto vicino a Selma e vide i manifestanti passare davanti alla fattoria della sua famiglia. Con la sua cronaca dei fatti, girata nei luoghi in cui accaddero, la DuVernay è diventata la prima donna nera a essere candidata a un Oscar per il miglior film.

AGOSTO – TAVI GEVINSON
Tavi Gevinson non sarebbe emersa nella cultura popolare nell’epoca precedente ai social-media. O meglio, essendo brillante, eloquente, spiritosa e originale, alla fine sarebbe emersa comunque, ma non all’età di 12 anni. Nell’epoca precedente ai social-media, non avrebbe potuto stare seduta nella camera dei genitori in un sobborgo di Chicago, setacciando al computer archivi di decenni di campagne pubblicitarie, fotografie delle passerelle e redazionali delle riviste di moda. Non avrebbe accumulato la profonda conoscenza della storia della moda che mette a frutto sul suo blog, Style Rookie, dove ha postato suoi ritratti, con lei nel giardino di casa vestita con look sperimentali creati con acquisti nei negozi di seconda mano. Le sue idee sulla moda sono state condivise con centinaia di migliaia di adolescenti e preadolescenti, con le loro madri e con gli intenditori di moda. È stata invitata da Rei Kawakubo a Tokyo per una festa di Commes des Garçons. Ha chiacchierato con Karl Lagerfeld a Parigi e ha tenuto una conversazione pubblica con Iris Apfel al Metropolitan Museum of Art di New York. Ha girato un video per il marchio Rodarte. A quindici anni, ha fondato Rookie, rivista on-line per adolescenti. A diciotto, è andata ‘off-line’ per recitare con il plauso della critica nella commedia di Kenneth Lonergan This Is Our Youth, messa in scena prima a Chicago e poi a Broadway.

SETTEMBRE – SHIRIN NESHAT
Shirin Neshat è cresciuta in Iran prima della rivoluzione islamica. Quando l’ayatollah Khomeini sostituì lo scià, Neshat viveva negli Stati Uniti, dove i genitori l’avevano mandata a studiare. Laureata alla University of California di Berkeley nel 1983, si trasferì a New York. Quando negli anni ’90 tornò in Iran a trovare la sua famiglia, fu profondamente toccata dai cambiamenti del suo Paese. Iniziò a scattare fotografie, realizzare video e film sulle donne che vivono in una teocrazia islamica. La Neshat si considera una musulmana laica.
Tra il 1993 e il 1997 ha realizzato una serie di ritratti crudi, concettuali, in bianco e nero che ha intitolato Women of Allah. Nella serie, che comprende autoritratti, i soggetti portano il chador e hanno il volto, le mani e i piedi ricoperti di testi in persiano Farsi – estratti di poesie scritte da donne iraniane sul tema del martirio e il ruolo delle donne nella rivoluzione. La pistola è un elemento chiave delle immagini. Il lavoro successivo di Neshat è meno palesemente politico e più filosofico. In Rapture (1999), un’installazione di tredici minuti di audio e immagini in 16 mm, uno schermo con uomini in camicia bianca in una fortezza di pietra è contrapposto a un altro in cui un gruppo di donne con il velo si muove in un modo misterioso, liricamente astratto in un paesaggio spoglio e poi in mare. Il primo lungometraggio di Neshat, Donne senza uomini (2009), ambientato nel 1953, quando il governo eletto democraticamente dell’Iran fu rovesciato con un colpo di stato sostenuto dalla CIA, ha vinto il Leone d’Argento per la miglior regia alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2015, l’Hirshhorn Museum di Washington, D.C., ha allestito una retrospettiva del suo lavoro, Facing History.

OTTOBRE – YOKO ONO
Yoko Ono è un’artista visiva, artista concettuale, artista performativo, film-maker, musicista, compositrice e attivista politica. È anche la vedova di John Lennon, con il quale stava lavorando in uno studio di registrazione nel giorno della sua morte, l’8 dicembre 1980. Grazie al legame con il marito è forse tra i più famosi artisti d’avanguardia viventi, anche se era una figura influente ben prima di conoscerlo, nel 1966. Gli “eventi” che presentava nel suo loft in Chambers Street a New York nei primissimi anni ’60 sono stati importanti per lo sviluppo della musica sperimentale, dell’arte e della danza. La prima personale dei dipinti e disegni di Yoko Ono è stata allestita nel 1961, in una galleria diretta da George Maciunas, fondatore del movimento Fluxus. Il suo primo concerto da solista è stato alla Carnegie Recital Hall di New York nello stesso anno. Nel 1964, ha autopubblicato Grapefruit, un libro di “istruzioni” per l’implementazione o la concettualizzazione del suo lavoro, in un’edizione di 500 copie. Grapefruit è stato ampliato e ristampato molte volte e tradotto in diverse lingue. Le performance più conosciute di Ono sono probabilmente “Cut Piece” (1964), in cui era inginocchiata su un palco e invitava il pubblico a tagliarle i vestiti con un paio di forbici da sarto, e “Bed-In for Peace” (1969), messo in scena da lei e Lennon in un hotel di Amsterdam al posto di una luna di miele. Dopo la morte di Lennon, Ono si è dedicata sempre più alla musica, integrando una tecnica di improvvisazione e un particolare stile vocale (grida, gemiti e sussurri abbinati a un fraseggio melodioso) nella musica popolare. Nel 2009, insieme al figlio Sean Lennon, ha fatto rivivere la Plastic Ono Band, che si era formata in origine alla fine degli anni Sessanta. In quell’anno Ono ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia. Nel 2015, il Museum of Modern Art di New York ha presentato una retrospettiva dei suoi primi lavori, Yoko Ono: One Woman Show, 1960-1971. Tra le sue molte attività filantropiche ricordiamo il premio biennale LennonOno Grant for Peace, il sostegno a organizzazioni come Amnesty International e UNICEF e il finanziamento di scuole in paesi poveri.

NOVEMBRE – PATTI SMITH
Patti Smith è una donna in missione. Una missione che porta avanti da oltre quarant’anni, con la sola interruzione di un decennio, quando si ritirò a Detroit per dedicarsi alla famiglia. Nei primi anni ‘70, la missione era salvare il rock and roll dalle ‘sciocchezze del pop’. Le esibizioni estatiche, carismatiche, poetiche di Smith hanno ispirato una generazione di musicisti. È stata una figura fondamentale dei club di New York dell’epoca, in particolare Max’s Kansas City e CBGB. Il suo primo album, Horses (1975), con l’indimenticabile fotografia in bianco e nero di Robert Mapplethorpe in copertina, è uno dei dischi più influenti dell’epoca del rock. L’immagine di Smith, insolente con la camicia bianca da uomo e la cravatta sottile, la giacca nera drappeggiata su una spalla, ispira ancora uomini, donne e stilisti di moda.
Lei è stata a sua volta ispirata da Rimbaud, William Burroughs, Jimi Hendrix, William Blake — per non parlare di Johnny Carson — e da un vasto pantheon di visionari e romantici. “Because the Night”, brano del suo terzo album Easter (1978), è entrato nella classifica dei quaranta dischi più venduti, ma il suo lavoro più rappresentativo è più sulla falsariga di “Birdland,” una lunga canzone/poesia che parla del figlio di Wilhelm Reich al funerale del padre, in attesa di un UFO che lo porti via. E poi c’è l’inossidabile “People Have the Power,” che è diventato l’inno dei movimenti populisti in diversi paesi. La Smith ha prestato la sua passione, il suo impegno e la sua totale mancanza di cinismo per sostenere ambientalisti, politici progressisti, tibetani, artisti e radicali di ogni genere. Nell’estate del 2015 ha galvanizzato il pubblico del suo tour in Europa. Smith è entrata nella Rock and Roll Hall of Fame e ha vinto il National Book Award per Just Kids (2010), un libro di memorie sul suo rapporto con Mapplethorpe, ma la sua missione non è un viaggio nostalgico.

DICEMBRE – AMY SCHUMER
Amy Schumer si muove ai confini più estremi del femminismo. Al punto che spesso ciò che fa non è riconoscibile come vero e proprio femminismo. È una cabarettista e attrice comica la cui cifra stilistica è un linguaggio molto sboccato fatto di barzellette e sketch che parlano di sesso, spesso descritto in modo grafico e più o meno grottesco. Arriva a una posizione femminista — il luogo in cui viene proclamata l’autostima e vengono sgonfiate la posizione e l’arroganza degli uomini —esponendosi in un modo che sarebbe considerato crudele se qualcun altro lo facesse a lei. Uno degli episodi più acclamati di Inside Amy Schumer, la premiata serie sul canale televisivo via cavo Comedy Central, è una parodia del film classico Twelve Angry Men (La parola ai giurati). In “Twelve Angry Men Inside Amy Schumer,” in cui una giuria tutta maschile dibatte accaloratamente sul fatto che Schumer sia “abbastanza sexy” per avere il suo programma televisivo, le sue percepite lacune fisiche e caratteriali vengono spietatamente vivisezionate. Schumer trasforma barzellette che potrebbero essere troppo volgari in commenti sottilmente sovversivi e molto divertenti. Nel 2015 ha adottato la forma della commedia lungometraggio con il film Un disastro di ragazza, di cui è sceneggiatrice e protagonista.

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